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Tour delle sagre in bicicletta: tappe consigliate e le delizie da provare tra una pedalata e l’altra

📅 22 Agosto 2026✍️ di Alessandro Muretti⏱️ 7 min di lettura

All’alba, quando la Valpolicella si sveglia profumando di mosto e legna umida, ho appoggiato la bici al muretto della vecchia cantina di mio padre. Dietro, le vigne che conosco da quarant’anni, davanti la strada che scivola verso il fiume. Dalla piazza arrivava già il rumore gentile delle griglie di ghisa, i volontari della sagra dell’uva sistemavano i paioli per la polenta. “Portati via un panino col lesso, che in salita non perdona”, mi ha detto Tullio, l’amico di sempre. Ho stretto il casco e, come in vendemmia quando l’aria chiama, sono partito: l’idea era una, semplice e contagiosa, vivere le sagre d’Italia in bicicletta, assaggiando un Paese che cambia sapore a ogni campanile.

Tra Garda e risaie: pianure che sanno di risotto

Il primo respiro lungo si fa sul Mincio, da Peschiera verso Borghetto, dove l’acqua disegna anse e mulini. La strada è gentile, adatta anche a chi macina pochi chilometri, e conduce a Valeggio, regno del tortellino annodato a mano. Lì il brodo profuma di gallina vecchia e le cucine di festa sono un’orchestra, il cucchiaio che gira è un direttore severo. Tra un assaggio e l’altro si riparte con leggerezza, puntando alle risaie di Isola della Scala, quando la pianura sembra mare e il riso diventa risotto all’isolana, polpa di maiale e rosmarino a tenere il tempo.

La sosta è un invito alla calma: sedersi a un tavolo di legno, ascoltare le storie di chi lavora la terra, scambiare una stretta di mano con i cuochi volontari. In sella, la digestione trova il suo ritmo; ci si tiene sulle arginature, si attraversano ponti bassi e campi spogli, e ci si ritrova d’un tratto ad annusare il burro nocciola di un risotto mantecato a regola d’arte. Un’ora dopo, gambe più sciolte, si capisce che il bello del cicloturismo di sagre è proprio questo: arrivare con fame onesta e andarsene con gratitudine.

Emilia a passo lento: tortellini, aceto e padelle calde

Scendere verso la pianura emiliana è come entrare in una cucina che non chiude mai. La strada corre dritta, il vento soffia di lato, e la bicicletta segna l’andatura della pazienza. A Castelfranco Emilia, la sagra del tortellino mette in fila sfogline con le mani d’oro; il ripieno è profumo di tradizione, un equilibrio guadagnato con gli anni. Più in là, tra Nonantola e San Felice, i portici custodiscono l’ombra giusta per una crescentina calda, il gnocco fritto che schiocca tra le dita prima di accogliere il prosciutto.

Le pedalate qui sanno di balsamico, quell’aceto che matura in soffitta come certe amicizie lunghe. Nei capannoni delle Pro Loco le teglie fumano, la farina vola, e il Lambrusco fa compagnia senza pretese. Si impara presto a gestire il ritmo: pochi chilometri, una tavola, di nuovo pochi chilometri. Il corpo ringrazia, la testa si alleggerisce, e il taccuino del cronista registra i dettagli che contano, dal taglio del tortellino alla lingua gentile dei volontari.

Toscana e Umbria: colline morbide e premi saporiti

Il cambio di pendenza è netto, ma il premio è dietro l’angolo. Le strade bianche toscane galleggiano tra filari di Sangiovese e cipressi solitari, e il respiro si fa più corto senza perdere il sorriso. In certe sere d’agosto, la bistecca scoppietta sulle griglie di una festa paesana, e il fumo si intreccia con la luce che muore dietro i casali. Greve, Panzano, Cortona: la geografia dei colli è una tavolozza di sapori, dal pecorino che suda lento al miele di castagno che incolla le dita.

Scollinando verso l’Umbria, l’aria cambia accento e pazienza. A Cannara, la cipolla è regina, dolce e generosa, e in piazza si impara l’arte semplice di una zuppa che consola. Più in là, a Costano, la porchetta viene servita con quella sicurezza che solo le cose fatte bene possono concedersi. Una fetta, poi un sorso di rosso, poi la bici che ti chiama di nuovo. Le ruote cantano sulla strada liscia, la pendenza scompare, e si va a cercare un’oliva in salamoia, una bruschetta con olio nuovo, un bicchiere di Sagrantino che promette profondità.

Qui la stagionalità è un compagno esigente: funghi quando l’aria si arrossa, tartufo quando la terra si fa timida. E i piatti raccontano famiglie e vendemmie, come nelle cucine della mia valle. Un tagliere posato su un fusto, due sedie spaiate, e un dialetto che non si arrende: bastano questi segni per capire che la sagra, prima di tutto, è un’educazione al tempo.

Adriatico e Sud: olivi, grilli e il sale addosso

Riprendendo verso l’Adriatico, la strada si fa piatta e il mare vicinissimo. Tra Fano e San Benedetto del Tronto la brezza è complice, e ad Ascoli il fritto allunga il passo: l’oliva tenera ascolana, ripiena e dorata, è un piccolo capolavoro che parla di artigianato. In piazza le bande suonano, i bambini inseguono un palloncino, e i ciclisti appoggiano la bici a un palo, con gli occhi lucidi di sale e luce.

Più giù, l’Abruzzo invita alle colline che odorano di pecora e rosmarino. Gli arrosticini sfrigolano su canali lunghi come binari, e la strada sale e scende senza cattiveria, tenendo compagnia alla fame. Si impara il gesto di alternare acqua e vino, di spezzare il pane e condividere il piatto, mentre il sole scivola lento dietro ai calanchi. È una cucina che non ha fretta, come non ha fretta la bici quando incontra uno sterrato gentile.

In Puglia i vicoli si stringono e le mani impastano orecchiette sui taglieri di casa. È facile imboccare una festa di rione, una piazza dove un palco traballa e il sugo sobbolle. La bici riposa vicino alle pietre bianche, e il pomodoro fa il suo dovere, dolce e disciplinato. Poi Basilicata, con il peperone crusco che spacca il silenzio e lo riempie di ritorni: una frittura secca, rossa come un tramonto audace. Ogni tappa ha una soglia da attraversare, una voce che invita, una padella che decide l’ora.

Consigli di rotta: sicurezza, calendario e qualità

Chi pedala tra sagre deve imparare presto la grammatica della strada. Tenere la destra, farsi vedere al tramonto, rispettare il Codice della strada: regole semplici che proteggono e lasciano spazio al piacere. La prudenza non toglie poesia; anzi, la moltiplica, perché consente di fermarsi dove l’istinto chiama, senza timori inutili.

Il calendario è un alleato fondamentale. Le sagre hanno stagioni come i campi: l’uva e i funghi in autunno, le paste ripiene nelle feste d’inverno, gli orti estivi con peperoni e melanzane. Conviene telefonare alle Pro Loco, verificare orari e menù, e concedersi l’elasticità di deviare per una tavola promettente. La bici, per fortuna, ama gli imprevisti più di ogni altro mezzo.

Quanto alla qualità, conviene farsi guidare dai marchi e dai racconti. Se una locandina parla di salumi o formaggi certificati, c’è una storia di allevatori, artigiani e controlli che merita ascolto. La presenza di una Denominazione di origine protetta indica un patto tra territorio e prodotto, un impegno che viaggia dalle stalle ai piatti. Non è snobismo; è un modo per riconoscere il lavoro serio e farlo durare.

Un ultimo accenno all’equipaggiamento: luci cariche, due camere d’aria, una mantellina leggera. E soprattutto il ritmo, che è il vero segreto. Meglio una tappa in meno che una forchettata di troppo. Il corpo ringrazia se lo si ascolta, la strada restituisce se la si rispetta, e il gusto chiede solo il tempo indispensabile per restare in memoria.

Mi piace pensare che ogni sagra sia, in fondo, la tavola di famiglia spostata sulla piazza, e che ogni bicicletta appoggiata a un palo dica: “Sono passato, tornerò”. Alla fine del mio giro, quando il sole ha incattivito i colori e in cantina le botti respiravano piano, ho ritrovato Tullio seduto vicino al paiolo. Il vapore della polenta faceva i suoi disegni nell’aria, e la strada riposava dietro il colle. Gli ho raccontato dei tortellini, delle cipolle dolci e di un peperone croccante come un brindisi. Lui ha sorriso, poi ha guardato la bici: “Allora, domani?”. Ho risposto sì, perché certe promesse – come la vendemmia e come una tavola ben apparecchiata – non si tradiscono.

Alessandro Muretti

Alessandro ha trascorso quattro decenni tra le colline della Valpolicella, coltivando vigne e sperimentando in cucina con i prodotti locali. Dalla polenta ai brasati, racconta storie di famiglie, vendemmie e tradizione, trasmettendo la sua esperienza nei piatti che prepara e nelle storie che scrive.